30 anni di salari fermi: di chi è la colpa?
Gira uno studio che mostra la crescita dei salari in Europa dal 1994 al 2024. Lituania +290%, Polonia +108%, Germania +24%. Italia: +0,48%.
Il numero esatto cambia a seconda della fonte (OCSE, Eurostat e CGIL danno stime tra il -2,4% e il +3%), ma la sostanza no: in trent'anni lo stipendio reale medio italiano è rimasto fermo, mentre il resto d'Europa andava avanti.
La domanda che sento più spesso è: colpa delle famiglie ricche che hanno trattenuto tutto, o di uno Stato incapace di redistribuire?
Secondo me nessuna delle due spiegazioni, presa da sola, regge.
Se fossero stati i profitti a mangiarsi i salari, vedremmo profitti in forte crescita. Invece anche i profitti reali per dipendente sono rimasti piatti. Non c'è stata una torta rubata: la torta non è cresciuta.
Il vero nodo è la produttività. Dal 2010 al 2024 è salita di pochi punti. Senza produttività non c'è margine né per salari né per profitti.
E qui lo Stato ha responsabilità precise:
- un cuneo fiscale tra i più alti d'Europa
- investimenti pubblici in ricerca e formazione cronicamente bassi
- un sistema che premia la rendita (immobili, patrimoni) più del lavoro e dell'impresa che innova
Ma anche il sistema privato ha le sue:
- imprese troppo piccole per investire e crescere
- poca managerialità, molta gestione familiare
- competizione sul costo del lavoro invece che sul valore
Il risultato è un equilibrio al ribasso in cui nessuno è il "cattivo" unico, ma tutti sono parte del problema.
Uscirne richiede di smettere di cercare un colpevole e iniziare a chiederci: cosa rende il lavoro in Italia più produttivo, e chi ne raccoglie i frutti?