L'Italia è prima in Europa per soldi persi al gioco: 355 € a testa nel 2023, contro una media UE di 216 €.
Viene spontaneo chiedersi se sia un fallimento dello Stato. Secondo me la risposta è più scomoda: lo Stato non è assente, è socio.
In Italia il gioco è legale, regolamentato e controllato dall'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Porta all'Erario miliardi di euro ogni anno. Lo stesso soggetto che dovrebbe proteggere i cittadini dal gioco problematico ne incassa una parte consistente.
Il problema quindi non è la mancanza di regole, ma un conflitto di interessi strutturale:
- slot e VLT in bar e tabacchi, a pochi passi da scuole e case
- lotterie e Gratta e Vinci venduti ovunque, quasi come beni di consumo quotidiani
- un divieto di pubblicità (Decreto Dignità, 2018) che però non ha frenato la crescita dell'online
C'è anche un'altra lettura: regolamentare il gioco serve a sottrarlo alla criminalità organizzata, e una parte di quella spesa altrimenti finirebbe nel mercato illegale. È un argomento serio.
Resta però una domanda: può uno Stato essere allo stesso tempo regolatore, protettore e beneficiario del gioco d'azzardo?