Mezzo milione di attività artigiane sparite in dieci anni.
Un numero che fa impressione, ma dietro c'è una domanda che raramente ci poniamo: stiamo davvero mettendo un piccolo laboratorio di quartiere nelle stesse condizioni di una multinazionale?
I dati (fonte: CGIA di Mestre, ripresi dalla Gazzetta del Mezzogiorno) raccontano un declino strutturale: dal picco del 2008 a oggi le imprese artigiane attive sono scese di circa 300mila unità, con un crollo ancora più marcato nel numero di artigiani coinvolti. Il Mezzogiorno, complice il traino di PNRR e Superbonus, ha retto meglio (-20% contro punte del -31% al Centro-Nord), ma la tendenza è la stessa ovunque: le botteghe chiudono, e con loro un pezzo di tessuto sociale ed economico dei nostri centri urbani.
Le cause sono note: e-commerce, grande distribuzione, cambio delle abitudini di consumo, calo demografico. Ma c'è un fattore che dipende da noi, e su cui vale la pena riflettere: il modo in cui trattiamo fiscalmente e burocraticamente una microimpresa di 2 persone rispetto a un gruppo con migliaia di dipendenti.
Stesso adempimento, stesso costo fisso di compliance, stessa complessità normativa — ma capacità di assorbimento completamente diverse. Per un grande gruppo un nuovo obbligo burocratico è una riga di budget. Per un artigiano è spesso la differenza tra restare aperti o abbassare la saracinesca.
Nell'era della globalizzazione, forse la vera domanda non è solo "come sosteniamo l'artigianato con incentivi una tantum", ma "perché continuiamo a trattare fiscalmente allo stesso modo realtà così diverse per scala e capacità di adattamento?"
Un sistema che tassa e regola in modo proporzionato alla dimensione reale dell'impresa non sarebbe solo più equo: potrebbe essere la leva più concreta per fermare questa emorragia.
La bottega di una volta per me era semplicemente economia circolare.