Mi piace l'idea di EUROPA, ma questa non è la mia Europa.
Leggo l'inchiesta di Fanpage.it sulla "Toolbox for Children in Return" di Frontex e faccio fatica a trovare le parole.
Album da colorare, adesivi, giochi. Consegnati ai bambini pochi minuti prima di salire su un volo di rimpatrio forzato. Secondo i documenti desecretati, lo scopo non è pedagogico: tenerli distratti al gate, perché se un bambino va nel panico il comandante può rifiutare l'imbarco. E se un charter salta a meno di 48 ore dal decollo, la penale arriva al 90% del contratto. Parliamo di voli da 300-500mila euro.
Nei libretti non compaiono mai le parole "espulsione" o "deportazione". Si parla di "viaggio", di "nuova avventura". Gli agenti di scorta diventano un quiz sul colore della pettorina. Le illustrazioni sono state testate sui figli dei dipendenti.
E noi, cittadini, lo scopriamo solo adesso. A fatto compiuto. Dopo oltre un anno di rifiuti e grazie all'intervento della Mediatrice Europea che ha costretto l'agenzia a rendere pubblici quei documenti.
Io non mi sento "europeo", né di questa o quella fazione. Sono un essere umano del mondo. E sono stanco di etichette che servono solo a dividerci in chi merita tutele e chi no, mentre decisioni enormi vengono prese lontano dai nostri occhi.
Un bambino non è un rischio contrattuale. Un pastello non è un anestetico.
Se questa è l'Europa dei diritti, voglio sapere chi decide, quanto costa e soprattutto a chi.
🔗 L'inchiesta completa: lnkd.in/ejz6-bfF