Domenico Fraccalvieri.
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Finanza1 min di lettura

Bandi, edizione dopo edizione: stesse finalità, regole nuove. A volte contrarie a quelle di prima.

Perché? Spesso perché nell'edizione precedente è mancato il controllo sul furbo di turno. E allora, invece di intervenire su quel caso, si riscrive tutto, per tutti.

Un nuovo vincolo qui, un'esclusione là, un allegato in più "per sicurezza". Ogni edizione aggiunge uno strato. Nessuna ne toglie.

Chi paga?

Le imprese oneste, che ogni volta ricominciano da zero tra requisiti, allegati e interpretazioni.

Che non possono pianificare un investimento su un incentivo, perché non sanno se alla prossima uscita le stesse spese saranno ancora ammissibili.

Che spendono tempo e consulenza per capire le regole, prima ancora di parlare del progetto.

E spesso, alla fine, rinunciano. Soprattutto le più piccole, quelle che di quei fondi avrebbero più bisogno.

Ma paga anche la PA, che deve istruire pratiche sempre più complesse, rispondere a FAQ infinite e gestire contenziosi nati da regole poco chiare.

Il paradosso è che il furbo di turno non si ferma. Legge il nuovo bando, trova il nuovo spiraglio, e si ricomincia.

Più regole non significa più controllo. Significa più carta.

Non servono bandi più complicati. Servono:

  • regole stabili, che cambiano solo quando cambia l'obiettivo, non a ogni edizione
  • un modello di domanda riconoscibile, uguale per strumenti simili
  • nessuna richiesta di dati e documenti che la PA possiede già
  • controlli mirati ed ex post, con sanzioni vere per chi bara
  • trasparenza sui risultati: chi ha ricevuto i fondi e cosa ne ha fatto

Semplificare non è un favore alle imprese.

È il modo per far arrivare davvero i fondi a chi li merita, e per spenderli meglio.

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Pubblicato su LinkedIn il 10 ott 2026Post originale ↗