Confesso: sono un pendolare da una vita.
Ogni giorno passo 1-2 ore tra andata e ritorno. Fanno 220-440 ore l'anno, cioè dalle 5 alle 11 settimane lavorative da 40 ore. Tempo che nessuno mi paga e che nessuno conta.
Proprio per questo, quando guido un team, guardo anche ciò che in ufficio non si vede: il viaggio dei miei collaboratori. So cosa significa alzarsi prima dell'alba per prendere un treno, arrivare già stanco, perdere la cena in famiglia perché la riunione si è allungata. L'ho vissuto sulla mia pelle, e per questo non lo considero un dettaglio.
Così ho imparato a fare domande diverse. Non solo "quanto lavori?", ma "quanto ti costa lavorare qui?". Evito le riunioni alle 8:30 o alle 18:00, lascio flessibilità in entrata e in uscita, e quando il lavoro lo permette il remoto è una possibilità concreta, non una concessione.
Il tema poi va oltre il singolo team. Se a quel tempo diamo un valore, anche prudente, e lo moltiplichiamo per i milioni di pendolari italiani, diventa una quota rilevante del PIL. Sono stime, ma il punto resta.
Non dico che lo smart working sia la risposta a tutto. Ci sono ruoli e team che hanno bisogno di presenza, e a me la presenza piace. Ma un costo così ricorrente merita almeno di essere riconosciuto.