Giochi Preziosi, da leader italiano dei giocattoli a rischio chiusura in pochi anni.
Non è (solo) la storia di un'azienda che ha sbagliato qualche mossa. È la fotografia di un modello che ha funzionato benissimo finché il mondo intorno stava fermo, e che si è incrinato nel momento in cui tutto è cambiato insieme: la fine di un accordo commerciale chiave, il Covid, i costi della logistica, lo spostamento delle vendite online. Cambiamenti arrivati in sequenza ravvicinata, a cui serviva rispondere in fretta.
E qui arriva la domanda che mi faccio spesso guardando le aziende italiane, non solo questa: abbiamo davvero la flessibilità organizzativa per reagire quando il contesto cambia velocemente?
Non parlo di "colpa" di chi ha guidato l'azienda. Parlo di un problema più strutturale:
— governance spesso ancora molto accentrata
— processi decisionali lenti, pensati per un mercato stabile
— difficoltà a immaginare per tempo scenari alternativi, non solo a gestire l'emergenza quando arriva
— una cultura del lavoro che premia la continuità più della capacità di adattarsi
Non è solo un tema aziendale. È anche un tema di sistema: normative, burocrazia, tempi della giustizia civile, accesso al credito. Tutto pensato più per tutelare lo status quo che per accompagnare il cambiamento.
Il punto non è se l'Italia sia "un mausoleo". Il punto è che il costo di restare fermi, oggi, si paga molto più in fretta di prima. E le aziende che se ne accorgono tardi finiscono per rincorrere il cambiamento invece di guidarlo.
La domanda vera, per chi fa impresa (o lavora dentro un'impresa) oggi: la mia organizzazione è progettata per cambiare, o solo per resistere.