Un episodio recente mi ha fatto riflettere.
Un amico ha acquistato un auto di un noto brand italiano, con tutto l'orgoglio di scegliere un prodotto "Made in Italy". Il risultato? Difetti evidenti, finiture approssimative, un controllo qualità che sembra essere passato in secondo piano.
Non è un caso isolato. È il sintomo di un problema più ampio.
E quando le criticità emergono, cosa succede spesso a livello di vertice? Si cambia il manager di turno, si avvicendano le poltrone, si comunica "discontinuità". Ma se il problema è strutturale, processi, filiera, cultura della qualità, cambiare le persone senza cambiare il sistema è solo cosmesi organizzativa.
Il rischio è chiaro: perdere la fiducia di chi ancora sceglie l'eccellenza italiana per convinzione, non per abitudine.
L'Italia ha competenze, storia e capacità manifatturiera che il mondo ci invidia. Ma la reputazione si costruisce con la costanza, non con il singolo modello ben riuscito. E si perde molto più in fretta di quanto si guadagni.
Chi lavora nell'industria lo sa: il vero cambiamento non passa dalla scrivania del CEO di turno, ma dai processi quotidiani, dal presidio della qualità in ogni fase produttiva, dalla responsabilità diffusa a tutti i livelli.
Forse è ora di guardare oltre il nome sul logo e chiedersi: chi risponde davvero della qualità di ciò che produciamo...sono molto molto perplesso.