Mi capita spesso di notare la stessa scena con i miei collaboratori: un dubbio da chiarire, un ente o un…
Mi capita spesso di notare la stessa scena con i miei collaboratori: un dubbio da chiarire, un ente o un partner da contattare... e la telefonata che non parte mai.
Si preferisce scrivere una mail. Formale, impersonale, a volte fredda. Perché il telefono fa paura: paura di sbagliare la domanda, di sembrare inadeguati, di "disturbare". Meglio affidarsi a uno schermo che mette distanza tra noi e l'interlocutore.
Ho ritrovato questo disagio descritto benissimo in un articolo che ho letto in questi giorni: una ricerca pubblicata su Perspectives on Psychological Science (Pfeifer e Mehl, "Sliding Into Silence") mostra che tra il 2005 e il 2019 abbiamo perso circa un quinto del nostro parlato quotidiano, 338 parole pronunciate in meno ogni anno. E il calo più marcato riguarda proprio i più giovani, gli under 25.
Non è solo un dato curioso. È lo specchio di quello che vedo ogni giorno in ufficio: la voce, con la sua sincronia e la sua imprevedibilità, fa più paura della scrittura. Eppure una telefonata di due minuti spesso risolve dubbi che una mail, per quanto ben scritta, lascia aperti per giorni. E costruisce qualcosa che una mail non potrà mai dare: relazione, fiducia, empatia.
Non dico di abolire le mail. Dico che vale la pena, ogni tanto, riprendere in mano il telefono. Non è un segno di inadeguatezza: è un atto di presenza.